mercoledì 11 settembre 2013

[Recensione] Il trono dei serpenti



Titolo: Il trono dei serpenti 
Autore: A. J. Flamel
Editore: Gainsworth
200 pagine - €12.00

TRAMA

Il pretore Gaio Ticio Massimo, ex generale vittorioso e celebrato eroe della guerra contro i Daci, viene convocato con urgenza dall'imperatore Traiano. Mentre venti di guerra soffiano dai confini orientali dell'Impero, dove il grande regno dei Parti sta radunando nuove forze militari, a Roma si incrociano le trame oscure di spie e agenti stranieri, sulle quali Massimo dovrà vigilare. Il ritorno di un vecchio nemico e un delitto inspiegabile coinvolgeranno ben presto il Pretore in una spirale di pericolo e mistero, mettendo alla prova le sue doti di soldato e di investigatore.


«La storia si muove per grandi periodi, segnati da regni, governi e imperi. Nulla rimane come è, tutto muta, ma stranamente tutto si somiglia.»

Buonasera, Lettori vaganti! Come state? Io in questi giorni sto studiando per l’esame scritto di latino (non obbligatorio per laurearmi, ma necessario per chi, come me, un domani vuole insegnare) e avevo proprio bisogno di un bel giallo che mi intrigasse e mi distraesse un po’ dall’interminabile periodare di Cicerone.
Posso dire che Il trono dei serpenti ha soddisfatto quasi del tutto le mie aspettative (e poi è ambientato nell’antica Roma: cosa potevo volere di più?).


Il romanzo d’esordio di A. J. Flamel sa, infatti, dosare con buona misura elementi storici ed elementi di fantasia, dispensati in una trama ben congegnata, anche se con qualche rallentamento. Attraverso le affollate vie di Roma, le eleganti domus e le aperte campagne, si snoda la storia del riscatto di Massimo, pretore romano, da una tragica decisione presa anni prima, che è costata la vita al suo amico Camillo e non ha portato all’eliminazione del suo nemico, Ageste. Ora il passato di Massimo torna a perseguitarlo come un fantasma, ma è un fantasma in carne, ossa e cicatrici. Ageste non è morto ed è deciso a vendicarsi del pretore e dell’intero Impero romano. Starà a Massimo capire l’inganno che si cela dietro il trono dei serpenti...

Le intricate indagini del pretore vengono descritte con uno stile molto posato che lascia ampio spazio alle descrizioni. La lentezza è una caratteristica che di solito apprezzo nei romanzi, soprattutto in quelli storici, perché è bello assaporare i luoghi e la vita di quel passato lontano. Purtroppo, però, ne Il trono dei serpenti, le descrizioni sono spesso svolte da un punto di vista "turistico": Roma non è vista con gli occhi dei personaggi dell’era di Traiano, ma con occhi contemporanei.
Qualche breve esempio tra i tanti:

«…i veterani sembravano divertirsi moltissimo, secondo un costume radicato da secoli nell’esercito romano.»

«Le terme erano in genere un luogo di socializzazione, dove si potevano ritrovare gli amici, incontrare parenti e vicini, ascoltare le ultime notizie, scambiare pareri o pettegolezzi.»

Sembra che l’autore stia citando da un manuale di storia e per tale motivo il lettore potrebbe sentirsi meno coinvolto nelle vicende, più portato ad avvertire lo scarto tra quell’epoca e la nostra. Meglio sarebbe stato vedere Roma con gli occhi di un romano antico, sentire che le distanze con quel tempo perduto si annullano e svaniscono.

Un punto stilistico positivo è, invece la giusta alternanza tra descrizione e dialogo e tra momenti drammatici e momenti di ironia. L’ironia coinvolge soprattutto i personaggi secondari (irresistibile la scena con il famoso storico Tacito, ritratto in tutta la sua stramberia di genio eccentrico e scorbutico) e più raramente le parti narrative.

«Meridiane e altri orologi solari si trovavano in tutta la città. […] Tale abbondanza non deve far pensare che i Romani fossero assillati dallo scandire del tempo, tutt’altro, in città era normale presentarsi agli appuntamenti con una tolleranza di un’ora. Inoltre, stante all’imprecisione della maggior parte di questi dispositivi, per dirla con Seneca, a Roma era più facile mettere d’accordo i filosofi che gli orologi.»

L’ironia serve anche a stemperare il carattere serioso del protagonista, Gaio Ticio Massimo, pretore, veterano di guerra temprato da anni di battaglie, e dunque maledettamente arcigno. Massimo è come ci si aspetterebbe da un Romano doc: leale alla Patria e all’Imperatore, di solidi princìpi e di impeccabile virtù. Non è, comunque, un personaggio del tutto monolitico: il suo sentirsi spesso impotente di fronte ad alcuni fatti, come l’omicidio dell’amico Camillo, lo rende più umano e originale.
 
In conclusione, il romanzo di A. J. Flamel è un’opera che si legge con voracità. Contiene, inoltre, delle belle idee (soprattutto verso la fine) che svelano una buona capacità di costruzione di trama e situazioni.
Purtroppo, però, non sempre ci sono tutte le caratteristiche per far immergere completamente il lettore nel romanzo, facendolo affezionare ai personaggi (delineati troppo rapidamente perché li si possa amare). Facendo, insomma, sentire al lettore di essere davvero, mentre Massimo e i suoi fidati compagni indagano tra le vie di Roma, o mentre Massimo e i suoi soldati, sul campo di battaglia, combattono “senza pietà, animali sanguinari e insanguinati”.
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