mercoledì 16 settembre 2015

Colazione da Feltrinelli


"Tiffany! È una meraviglia, vero? Capisci cosa intendo
quando dico che niente di brutto può accaderti qui?"
(Dal film Colazione da Tiffany)

Audrey Hepburn in Breakfast at Tiffany's
Poche cose mi fanno sentire a casa, al sicuro, come gironzolare tra scaffali colmi di libri. Mi piace vagare, passarci il tempo, perderci tempo. Avere da fare, e fermarmi comunque un attimo in più. Per prendere in mano un libro secondo l'ispirazione, attirata dalla copertina, o da un nome conosciuto e amato.

Quando "ho le paturnie", vado in una libreria. Che, durante questi miei anni all'Università di Pavia, è la Feltrinelli di via XX Settembre.

Era un'antica chiesa. Ora è sconsacrata. Le panche di legno, che ospitavano i fedeli inginocchiati in preghiera, sono state rimosse da decenni. Ma mi piace pensare che le panche si siano trasformate in scaffali, e che ora accolgano un diverso tipo di preghiera. Quella dei libri, che dicono: "Portami con te."

Così, cammino tra di loro, i romanzi, ascoltandone i sussurri.
I loro mormorii placano i miei pensieri. Le mie paure, a volte.
Mi fanno sentire che niente di brutto può accadermi lì, finché ci sono loro.

Mi sento a casa.
Così tanto che, quando suona il telefono, mi viene voglia di rispondere.
Ma questo forse è un po' eccessivo.

giovedì 3 settembre 2015

Una stanza tutta per scrivere


"Una donna per scrivere dovrebbe procurarsi del buon vino e una stanza tutta per sé."
Virginia Woolf

Ieri sono tornata a Pavia, nella casa dove ho vissuto per quasi quattro anni con le mie pazze coinquiline (che sono uno strano incrocio tra le protagoniste di Sex and the City e le tartarughe ninja).
Ho ripensato allora ai posti che mi hanno visto vivere e scrivere.
Eccoli qua.

La stanza delle stagioni, a Bergamo
In un piccolo paese di provincia c'è la stanza che mi ha visto bambina e che mi ha visto crescere. Alle pareti ha appesi quattro quadretti con le quattro stagioni. Quando avevo dodici anni, qui ho letto alla mia sorellina il mio primo romanzo (ne parlo qui).
Qui sono tornata ora, che ho quasi finito i corsi e mi manca solo la tesi magistrale.
Ma questa stanza non mi sembra più mia. Forse perché sono stata lontana troppo tempo, forse perché è uguale a quando avevo diciannove anni e rispecchia troppo la ragazza che ero allora è che non sono più.

V. Van Gogh, La camera.
La stanza azzurra, a Pavia
Nel 2010 ho iniziato a frequentare Lettere moderne a Pavia. Avevo scelto la stanza azzurra in via Parco Vecchio  perché, lo ammetto, mi piaceva il nome della via.
Nella stanza azzurra entravano gli amici dell'università, si fermavano fino a tardi a parlare e a suonare la chitarra.
Lì ho scritto un romanzo buffo e tante lettere alle persone sbagliate.
Ma nelle stanze accanto c'erano E. e L, coinquilini epici. L era quello delle fesHte. E. era un  bell'incrocio tra una mamma e un maschio alfa. E quando si è messa in testa di imparare a fare la pizza, l'ha fatta per una settimana. Non ho scritto meglio, ma con molta più gioia.

La stanza arancione, a Pavia
Mi sono trasferita nel 2012 in un altro appartamento, dove ho lavorato alla revisione di "Di me diranno che ho ucciso un angelo", pubblicata nel 2013.
Negli anni della stanza arancione, le tre coinquiline sono diventate le mie migliori amiche.
E il mio migliore amico è diventato il mio Pirata. Che ha dipinto e appeso lì un quadro (che raffigura una bambina in riva al mare). La cosa più cara che ho.

La stanza bianca, a Stoccolma
In cinque mesi di Erasmus, ne ha viste di tutti i colori.
Ma lì non ho scritto molto, perché vivevo in una stanza doppia e per scrivere, invece, ci vuole solitudine. Quindi uscivo e andavo al Borges Bagari, una caffetteria adorabile di cui parlo in Una scribacchina nei caffè di Stoccolma.

Questi sono i miei luoghi della scrittura. Hanno influenzato le mie righe? Non so in che modo, ma credo di sì.

E voi? Quali sono i vostri luoghi per scrivere?
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