venerdì 29 giugno 2012

[Recensione] Il dardo e la rosa, di Jacqueline Carey

«Molti spietati guerrieri si asciugarono le lacrime dagli occhi,
applaudendo e gridandomi di cantare ancora.»

Immagina di stare preparando un esame e di stare cercando disperatamente un’opera leggera, da gustare tra una pausa e l’altra.
Immagina di entrare in libreria e curiosare tra gli scaffali, prendere il primo libro che ti capita.
Immagina di tornare a casa e di cominciare a leggerlo. Immagina che per un po’ il libro sia esattamente ciò che pensavi che fosse: un piacevole passatempo.
E immagina la tua sorpresa nello scoprire che quel romanzo è un capolavoro.

È esattamente ciò che mi è accaduto leggendo Il dardo e la rosa.


Nel primo centinaio di pagine assistiamo alle avventure erotiche di una cortigiana tanto bella quanto affascinante e intelligente.
Phèdre no Delaunay, infatti, vive nella splendida Terre D’Ange, la terra che, secondo la leggenda, discende dal Beato Elua, un angelo nato dalle lacrime di Maria Maddalena unite al sangue di Cristo. Il Beato Elua ha abitato in questa terra insieme agli altri angeli che hanno voluto seguirlo. E tutti, tranne uno, hanno scelto di obbedire al suo unico, grande comandamento:
“Ama a tuo piacimento.”


Gli angeline, che discendono dalla sua stirpe, si ricordano bene il suo precetto. E soprattutto se lo ricorda Phèdre, che è un essere raro: è, infatti, in grado di provare piacere nel dolore. Phèdre, per il suo dono, sarà accolta dal nobile Anafiel Delaunay e per lui e per se stessa intraprenderà la carriera di cortigiana, che in Terre d’Ange ha una valenza sacra, poiché le cortigiane sono votate a Naamah, l’angelo più vicino a Elua.

«Man mano che i preliminari si spingevano oltre, i veli di tulle venivano lentamente fatti arretrare, a uno a uno. Io osservavo estatica e il mio respiro si fece corto. Si abbracciarono e si baciarono; lui le teneva il viso come se fosse un oggetto prezioso e lei ondeggiava come un salice ai suoi baci.
È così che preghiamo, noi servi di Naamah.»

Ed è così che si svolge la prima parte del romanzo: seguendo le “preghiere” di Phèdre con i suoi protettori.
Ma Phèdre è molto più che una cortigiana. Anafiel Delaunay ne fa una spia, che nell’intimità delle stanze da letto dovrà scoprire delicati segreti di Stato…
E quando il mondo di Phèdre verrà sconvolto, lei sarà pronta per affrontarlo. Anche perché al suo fianco ci sarà un alleato insospettabile, che l’amerà e la proteggerà per sempre, il suo Compagno perfetto, uno dei personaggi – a mio giudizio – più contraddittori, affascinanti e indimenticabili che si siano mai trovati in un fantasy.

Con lo sconvolgimento del mondo di Phèdre e l’inizio del suo viaggio, si smette di leggere un normale libro di intrattenimento e si comincia il capolavoro.
Il dardo e la rosa si rivela un affresco perfetto di civiltà che vengono dipinte dalla penna della Carey con i colori misti della fantasia e della storia. Terre d’Ange è la Francia medievale, come Aragonia è la Spagna e Alba la Gran Bretagna, ma sono tutte filtrate attraverso un velo di magia, che intreccia avvenimenti storici e mitologici. Il risultato è un quadro originale e al tempo stesso credibile, familiare e straordinario.
Su questo quadro si innesta un’avventura mozzafiato, splendidamente orchestrata, dove tutti gli ingranaggi si incastrano e funzionano: una struttura solida che è indispensabile in un fantasy.
In questa storia agiscono personaggi indimenticabili: poeti, mercanti, amanti, cortigiani, zingari, soldati votati alla castità che sanno improvvisarsi cantastorie. E, tra tutti, spicca la voce narrante della protagonista.

Mi permetto una parola in più su di lei (a costo di scendere troppo nel personale), poiché il tema delle protagoniste femminili nei libri fantasy ha una certa importanza per me.

È una delle cose più irritanti, per me, lettrice-donna, trovare, inventato da una scrittrice-donna, un personaggio-donna che sia una sciocca, banale Mary Sue.
Non si capisce perché le protagoniste debbano essere necessariamente belle e stupide, tanto stupide che commettono errori di calcolo imbarazzanti, o che non sono in grado di valutare le situazioni. Oppure, così orgogliose da risultare antipatiche. Si potrebbero fare esempi a bizzeffe, a partire dal fantasy considerato “di qualità” (ho già espresso la mia opinione su Morgana de Le nebbie di Avalon), fino alle attuali serie che vanno tanto di moda: Twilight, con la scialba Bella, oppure Fallen, con la frivola Luce, entrambe tanto privilegiate dagli eventi che le vedono partecipi, quanto inadeguate.
Con Phèdre finalmente si ha una protagonista che non è né un’oca né un’idiota.
Bellissima, affascinante, conturbante per certi versi, Phèdre dà importanza al proprio aspetto, perché è una cortigiana della Corte della Notte, ma anche alla propria preparazione culturale. Studia diverse lingue che le permetteranno di tirarsi fuori dai guai in diverse occasioni nei suoi viaggi in giro per il mondo; sviluppa una capacità per capire se chi le sta di fronte stia mentendo o no; si va venire delle idee brillanti, improvvise e coraggiose ma al tempo stesso attuabili. Commette degli errori (ed è qui che si capisce che il personaggio non è solo la proiezione delle fantasie dell’autrice), ma sono errori comprensibili, umani. E spesso sono errori che derivano dal desiderio – profondo e irresistibile quanto irrazionale – che la lega proprio all’antagonista…

Si può dire ancora molto su questo romanzo, primo di una trilogia, ma entrando nel dettaglio si rischia di svelare particolari, e personaggi, che il lettore può apprezzare scoprendoli da sé, lasciandosi guidare dalla conturbante magia di queste pagine.

Qui concludo con un’ultima considerazione di tipo personale.
Pochi sono i romanzi come questo, capaci di coinvolgere profondamente, catturando l’attenzione con la complessità della storia, con il fascino umano dei personaggi e con la nitidezza delle immagini.
Anche ora che so come va a finire, apro il mio volume in un punto qualsiasi e comincio a leggere, e mi sento così calata nel libro che non lo leggo solamente.

Qui, leggere è come ricordare.

Sento di essere stata a Terre d’Ange e c’era il Principe dei Viaggiatori che mi chiamava Stella della Sera; con lui da bambina rubavo dolci al mercato.
E c’era la poetessa e il suo Canto dell’esule che ho cantato tante volte lontana da casa.
E c’era la risata dell’ammiraglio Rouss, il sorriso enigmatico di Anafiel Delaunay e l’incanto pericoloso di Méliasande.
Gli occhi scuri di Hyacinthe sono un’immagine chiara nella mia mente.
La danza dei pugnali di Joscelin nella tempesta di neve fa ormai parte dei mie ricordi.
Agave

LA TRILOGIA DI PHEDRE, in edizione NORD e in edizione economica TEA a 12 euro, comprende:

1. Il dardo e la rosa, di Jacqueline Carey (Nord)

2. La prescelta e l'erede, di Jacqueline Carey (Nord)

3. La maschera e le tenebre, di Jacqueline Carey (Nord)


mercoledì 20 giugno 2012

Le stelle sono belle per un fiore che non si vede

“Tu diventi responsabile per sempre di quello che hai addomesticato.
Tu sei responsabile della tua rosa.”




I grandi classici sono tali poiché nelle loro parole gli uomini e le donne di tutte le epoche possono trovare qualcosa di se stessi.
E ognuno può trovare in un classico, se non proprio il senso della vita, lo specchio di un momento.

Mentre stamattina ero in camera mia a studiare, sono stata catturata dal fascino dei vari oggetti della mia stanza. Anzi, di un oggetto in particolare: l’edizione tascabile del Piccolo principe in francese che ho preso a Parigi tre anni fa.
Mi sono messa a pensare a quante volte io abbia letto quelle pagine, e a ogni significato che ho trovato a seconda del mio umore e della mia età. Quando ero più piccola, era importante l’indimenticabile discorso della volpe sull’importanza di vedere bene con il cuore, non con gli occhi. Qualche anno fa, invece, mi divertivano tutti i ritratti degli uomini incontrati dal piccolo principe, perché avevano qualcosa di buffo e insieme di incantevole.
In ogni caso, quel grande classico è sempre stato, per me, un’esperienza dolce.

Oggi ci ho trovato qualcosa di drammatico.
Il tono favolistico della narrazione ci fa sembrare tutto un gioco di tante piccole immagini poetiche. Ma quelle non sono solo belle immagini.
Sono le nostre miserie.
L’ossessività dell’uomo d’affari, l’insensatezza della vita dell’uomo col lampione, la solitudine dell’ubriacone… Tutte queste immagini, per quanto belle siano, rimangono le nostre miserie, i lati di cui ci vergogniamo, i “noi stessi” che non osiamo riconoscere e affrontare.
Il piccolo principe viveva su un pianeta, aveva i suoi tramonti e il suo fiore che era orgoglioso, sì, ma che profumava tutta l’aria. Perché lo ha abbandonato? Per cercare degli amici. E che cosa ha trovato? Tanti piccoli uomini chiusi nelle loro malinconie.
Solo con la volpe riesce a incontrare un amico, ma poi deve proseguire il suo viaggio.
Per trovare cosa? Un deserto di rose tutte uguali.
Allora il piccolo principe guarda il cielo e dice:

“Le stelle sono belle per un fiore che non si vede.”



E viene il dubbio che la felicità non sia nel mondo, ma che sia in quella rosa lontana, unica, che non si è avuto il coraggio o la capacità di accudire.

“Non avrei dovuto venirmene via! […] Ma ero troppo giovane per saperlo amare.”


Se si addomestica qualcuno, se ne diventa responsabili. Non si può abbandonare chi si addomestica, perché a volte non basta guardare i campi di grano per sentirsi felici. E, come il Piccolo principe, si vuole tornare indietro, perché un unico fiore orgoglioso può far sentire meno grande la distanza dalle stelle.

Ma i grandi non capiranno mai che questo abbia tanta importanza.

Agave

venerdì 15 giugno 2012

Le prime volte

“Non ci sono restrizioni nel numero delle dosi e nei tempi di somministrazione di un’emozione nuova. Non ci sono freni alle possibilità. Per questo non c’è limite alle prime volte. Mai.
Le prime volte: confini da superare, frontiere da valicare, sulla pelle o con la fantasia.”

L’antologia è acquistabile sul sito di Mondoscrittura: Mondoscrittura, Le prime volte

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TITOLO: LE PRIME VOLTE
AUTORE: AUTORI VARI
EDITORE: MONDOSCRITTURA
GENERE: ANTOLOGIA DI RACCONTI
PAGG: 169
ISBN: 978-88-97960-01-0
PREZZO: EURO 9,50

Tra i racconti di questa antologia ce n’è anche uno mio, intitolato “Fantasmi e calze a rete”.
Non sono brava a presentare i miei scritti. Quindi, mi faccio aiutare dalle parole del mio “gatto”. :P
Un uomo e una donna a bordo di un treno iniziano un viaggio lento e quasi fuori dal tempo che li porta a perdere la cognizione di ciò che sta attorno a loro, ricadendo nel profondo di se stessi.
Il viaggio è senza una meta precisa e il passato è pesante, ma la vista del mare (specchio di un'immensità che abbiamo dentro e con la quale dobbiamo fare i conti) spalanca davanti a loro un futuro nuovo, come se solo lasciando alle spalle ciò che è stato si possa cominciare a vivere per la prima volta.

Agave
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