venerdì 12 aprile 2013

[Recensione] L'incanto di cenere, di Laura MacLem

«La sua mente era piena di cenere. Se teneva le palpebre ben serrate c’era un po’ di cristallo che luccicava in fondo, ma era poco, e la cenere lo rendeva opaco.»



L'incanto di cenere
Laura MacLem
Asengard (2013)

Dimenticate la dolce fanciulla dai capelli d’oro che singhiozza sommessamente accanto al fuoco, mentre le cattive sorellastre infieriscono su di lei.
Ne L’incanto di cenere, Cenerentola (che qui ha nome Christelle) è la figlia di un nobile conte e di una strega. Sua madre è arsa sul rogo anni prima, ma Christelle è decisa a portare a termine un antico patto di cenere e sangue.
È Genevieve, la sua sorellastra, protagonista positiva del romanzo, che tenterà di impedirglielo in una trama dal ritmo trascinante che mescola con maestria elementi fiabeschi e horror.


L’ambientazione è quella delle fiabe: la leggiadra Francia del ‘700, dove tutto ciò che conta per una fanciulla di buona famiglia è saper essere gentile e evitare di finire strizzata dal proprio corsetto. Lo stile dell’autrice, che rispecchia a volte la parlata di sapore arcaico dei suoi personaggi, contribuisce a creare una perfetta atmosfera da sogno.

«Genevieve non resistette alla tentazione di voltarsi un’altra volta per guardare il vestito, il suo vestito. Era bellissimo. […] Ma il tocco di classe che rendeva quell’abito tanto bello era il corpetto, ricamato con decine e decine di brillantini luccicanti, piccoli come chicchi d’orzo. Si stringevano in vita e poi scendevano lungo i fianchi, come una cascata di cristallo.»

sabato 23 febbraio 2013

L’affascinante Athos e quell’idiota di d’Artagnan

«Non temete le opportunità e cercate le avventure.»


Immergendosi nel mondo entusiasmante de I tre moschettieri, ci si imbatte in personaggi rissosi, attaccabrighe, scavezzacollo, irrequieti e tempestosi, un po’ vigliacchi o assolutamente incapaci di trattenersi di fronte a una rissa da taverna. O, come quell’idiota di d’Artagnan, incapaci di stare calmi davanti a un bianco braccio femminile intravisto di sfuggita, come in sogno.

In questa marea di volti indimenticabili, uno su tutti emerge dall’inchiostro come se fosse una persona viva: Athos, il moschettiere dal carattere ruvido, dal silenzio ostinato e dalla sbronza facile.

«La vita è un rosario di piccole miserie che il filosofo sgrana ridendo.
Siate filosofi con me, signori, mettetevi a tavola e beviamo; nulla fa sembrare roseo il futuro come guardarlo attraverso un bicchiere di chambertin.»

giovedì 14 febbraio 2013

sabato 2 febbraio 2013

"Le prime volte", incontro con gli autori

Le prime volte è un'antologia curata da Mondoscrittura in cui è presente anche il mio racconto Fantasmi e calze a rete.

Con piacere vi invito a partecipare all'incontro virtuale con tutti gli autori di questa antologia. L'appuntamento è su facebook, in data 6 febbraio, alle ore 20.30.

I dettagli qui: Il chi, il come, il quando e il perché dei quindici de "Le prime volte"

Partecipate numerosi. ;)

Agave

venerdì 11 gennaio 2013

Arrivederci

"In tristezza dobbiamo lasciarci, ma non nella disperazione. Guarda! Noi non siamo vincolati per sempre a ciò che si trova entro i confini del mondo, e al di là di essi vi è più dei ricordi."


Queste sono le parole che Aragorn dice ad Arwen prima di morire, ed è con queste parole che voglio salutare un amico.

Perché io, di fronte alla morte, non so cosa dire.

Arrivederci, guerriero.

Agave,
e tutto il Writer's Dream

domenica 6 gennaio 2013

[Recensione] La solitudine dei numeri primi

«C’era qualcosa, nel modo in cui teneva la testa buttata giù, che le faceva venire voglia di avvicinarsi, di sollevargli il mento e di dirgli guardami, sono qui.»


Da tempo non scrivo recensioni. Non ho smesso di leggere, ma ho smesso di leggere libri che mi ispirassero una recensione.

Poi, oggi, ho ricordato La solitudine dei numeri primi (Mondadori, 2008).


Il romanzo d’esordio di Paolo Giordano, vincitore del Premio Strega e del Premio Campiello 2008, ha attirato pareri contrastanti.

Lo stile semplice, accessibile anche al lettore medio, è stato bersagliato dalle critiche dei lettori più raffinati. Però c’è da dire che non manca di pregi: è uno stile pacato, quasi senza variazioni di tono, come se tutto il libro fosse raccontato in un sussurro. Anche i momenti più drammatici danno l’impressione di essere narrati sottovoce.
Questo permette al lettore di immergersi in un’atmosfera ovattata che, nella sua apparente leggerezza, nasconde delle inquietudini profonde. La stessa atmosfera che avvolge i protagonisti.

Alice e Mattia, infatti, sono segnati da traumi avvenuti nella loro infanzia che condizionano le loro vite future. Vite che potrebbero riscattarsi, ma che non lo fanno: anche a molti anni di distanza da quei traumi, Alice e Mattia sono avvolti da un muro di solitudine lieve, ma tuttavia insormontabile, rappresentato dalla metafora che dà il titolo al libro.

«I matematici li chiamano ‘primi gemelli’: sono coppie di numeri primi che se ne stanno vicini, anzi quasi vicini, perché fra di loro vi è sempre un numero pari che gli impedisce di toccarsi per davvero.»

A partire da quando si incontrano – al liceo – e per sempre, si sentono simili, ma come due numeri primi gemelli, sono separati da un solo numero, che basta a tenerli distanti.

«Mattia pensava che lui e Alice erano così
due primi gemelli, soli e perduti,
vicini ma non abbastanza per sfiorarsi davvero.
A lei non l’aveva mai detto.»

La loro solitudine è raccontata attraverso varie fasi delle loro vite, in cui ottengono piccoli successi o perdono occasioni.
Tutti questi momenti sono, come si è detto sopra, sempre narrati con delicatezza, una gentilezza che attenua il dolore dei protagonisti e lo rende umano, comprensibile. E quasi familiare.
Come se noi tutti, in realtà, fossimo numeri primi.

domenica 16 dicembre 2012

Letterati: come riconoscerli

"Un poeta è la creatura meno poetica che esista."
(Oscar Wilde)


Hanno una Moleskine
Leggono libri, tanti libri
soprattutto classici
e soprattutto classici russi
Scrivono i propri pensieri
Scrivono libri
Dicono sempre che è meglio il libro del film che ne è stato tratto
Sono strani
Fanno discorsi per citazioni
Fanno discorsi per citazioni latine e greche
Scrivono in rime nei messaggi
Scrivono in terzine dantesche nei messaggi
Hanno un blog (gli esibizionisti)
Hanno un diario segreto (i timidi)
Hanno entrambi (i confusi)
Fumano Lucky Strike
Hanno almeno un amico immaginario
Suonano uno strumento
Sono convinti che la poesia salverà il mondo, ma nessuno salverà i poeti
Non sanno fare elenchi
Disdegnano la letteratura moderna
Sono egocentrici
Amano Italo Calvino
Vorrebbero abbracciare George R.R. Martin
Vanno a teatro
Vanno ai cineforum di interesse culturale
Si perdono sempre
Non sanno organizzarsi
Dividono il mondo fra quelli che sono Letterati e quelli che non lo sono
In una canzone, ascoltano più il testo della musica
Si drogano pesantemente di parole
Odiano le parole “Scienze umanistiche”
Odiano gli ingegneri (come tutti, del resto)
Si sento controcorrente
Si compiacciono di essere incompresi
Scrivono lettere – a mano
Frequentano Lettere moderne con orgoglio
Pensano di appartenere a un’epoca diversa (‘800 di solito)
I veri Letterati amano Virginia Woolf
Leggono tutti i libri del proprio autore preferito
Sottolineano (a matita) le loro frasi preferite nei libri
Disprezzano i lettori e-book
Stanno facendo il test per vedere quanto sono Letterati
Rimangono delusi se non lo sono abbastanza
Conoscono a memoria brani della Divina Commedia
Non guardano la televisione
Leggono e traducono le iscrizioni latine nelle chiese
Correggono gli altri se commettono errori grammaticali
Sono incapaci nelle attività manuali
Si innamorano dei personaggi dei libri
Hanno qualche difficoltà nel relazionarsi con il mondo concreto al di là dei loro sogni.
Agave

domenica 14 ottobre 2012

Ritratto della mia bambina

«La mia bambina con la palla in mano,
con gli occhi grandi colore del cielo,
e dell'estiva vesticciola: "Babbo
- mi disse - voglio uscire oggi con te".
Ed io pensavo: Di tante parvenze
che s'ammirano al mondo, io ben so a quali
posso la mia bambina assomigliare.
Certo alla schiuma, alla marina schiuma
che sull'onde biancheggia, a quella scia
ch'esce azzurra dai tetti e il vento sperde;
anche alle nubi, insensibili nubi
che si fanno e disfanno in chiaro cielo;
e ad altre cose leggere e vaganti.»



Questa poesia, che dà anche il titolo al blog, mi è stata dedicata da mio padre l’11 ottobre 2009, giorno del mio diciottesimo compleanno. Mi è tornata in mente qualche giorno fa, a tre anni di distanza, e mi sono accorta che molte persone, nella mia vita, mi vedono ancora così.
Per mio padre sono ancora una nuvola vestita d’azzurro, immersa in viaggi reali o immaginari, che scivola sopra alle cose del mondo senza toccare nulla, leggera e vagante.
Io, invece, mi accorgo che forse ero così qualche tempo fa, ma adesso è diverso.
A volte mi sembra di essere pioggia, di scivolare verso il basso, attirata da pensieri troppo pesanti.
E a volte, soprattutto quando scrivo, mi sembra di essere aria, senza corpo né sostanza, libera da qualsiasi legame.

Ma per mio padre so che rimarrò per sempre una bambina, una nuvola vagante, abbastanza vicina alla terra per vederne la bellezza, abbastanza libera per sorridere al cielo.


Agave

sabato 11 agosto 2012

Perché si studia latino?

Preparando l’esame di latino che darò a settembre, leggendo Seneca (lettera 35 a Lucilio), trovo questo pensiero:

“Ora tu mi ami, ma non mi sei veramente amico.
‘Forse che queste due cose sono diverse?’
Certo, e non si somigliano affatto. Chi è amico, ama; ma chi ama non è sempre amico.
L’amicizia giova sempre; l’amore, a volte, può far male.”


E poi:

“È vero che, anche quando si è lontani, quelli che amiamo ci danno motivo di gioia, ma essa è lieve e fugace.


Invece il loro aspetto, la loro presenza, la loro conversazione danno un senso di vivo piacere [...]. Perciò fammi un grande dono: quello della tua presenza. [...]
Affréttati a venire da me, ma prima sii con te stesso.”


È strano ritrovare nelle parole di un uomo vissuto anni fa qualcosa di mio.
E probabilmente è per questo che si studia ancora latino (così come si studia la letteratura, così come si leggono ancora libri): trovare qualcosa di nostro in parole altrui ci fa sentire meno soli e più completi.

Non siamo ipocriti: sappiamo tutti e due (io che scrivo e tu che leggi) che preferirei passare il sabato mattina a fare altro piuttosto che stare a tradurre Seneca.
Ma poi, traducendo, vengo illuminata da frasi del genere e penso che, tutto sommato, poter studiare latino è anche una fortuna, perché questo vecchietto vissuto duemila anni fa può farmi intuire qualcosa sul vero volto del mio presente.

Agave

venerdì 3 agosto 2012

[Recensione] Un giorno, di David Nicholls


Di cosa parla questo romanzo? Di due personaggi e delle le loro vite, che per vent’anni continuano a sfiorarsi senza intrecciarsi mai.
Amici, amanti, confidenti, Emma e Dexter si scrivono lettere, si fanno telefonate nel cuore della notte e ogni 15 luglio (che è il “giorno” del titolo) si incontrano, ma per un motivo o per un altro non riescono, o non vogliono, stare insieme. Dopo quel primo 15 luglio del 1988 in cui fanno l’amore quasi per caso, continuano a rincorrersi e a perdersi, a ritrovarsi e a non volersi cercare.



È così difficile capire quando una persona è diventata indispensabile?

Eppure Emma e Dexter continuano a pensare l’uno all’altra, a tenersi in contatto. E il fascino di questo romanzo sta in questo: per vent’anni, le loro vite combaciano senza toccarsi. Vivono vite diverse, eppure accomunate dalla reciproca presenza invisibile.
L’altro elemento per cui bisognerebbe leggere questo romanzo è il fatto che Emma e Dexter siano personaggi ordinari con una vita ordinaria. Lei, studentessa di Lettere che per qualche strano motivo impedisce continuamente a se stessa di essere felice; lui, figlio-di-papà con un milione di possibilità davanti e con nessuna che realmente lo interessa. Em e Dex, Dex e Em riescono a catturare il lettore pur con l’assoluta – se vogliamo – convenzionalità della loro storia, del loro mondo, della loro personalità. Sono personaggi reali, sorprendenti nel loro essere ordinari. Reali, perché pieni di difetti, sogni, illusioni comuni, Emma e Dexter guardano il mondo con gli occhi di chi è cosciente di vivere una storia normale in un mondo normale, e si sorprendono di essere, a volte, felici delle piccole cose che li circondano.
E forse il fascino dell’amore sta nel suo essere un atto di magia quotidiana, spesso inafferrabile proprio perché è alla portata di tutti.
Agave

sabato 14 luglio 2012

venerdì 13 luglio 2012

Persone...

"Ma se vuoi andartene puoi farlo.
Io mi ricorderò di te.
Io mi ricordo di tutti quelli che se ne vanno."




Persone che se ne vanno...
Persone che indugiano lì, a bordo pagina, a volte scrivono qualche frase, a volte solo un capitolo, ma ormai non fanno più parte delle pagine della nostra vita.
Persone distratte, vaganti, casuali...
Persone che puoi solo sfiorare...
Persone che, anche quando se ne sono andate, restano. Come cicatrici, dopo un po' non fanno più male, ma non riesci mai a dimenticare del tutto la loro assenza.

Agave

venerdì 29 giugno 2012

[Recensione] Il dardo e la rosa, di Jacqueline Carey

«Molti spietati guerrieri si asciugarono le lacrime dagli occhi,
applaudendo e gridandomi di cantare ancora.»

Immagina di stare preparando un esame e di stare cercando disperatamente un’opera leggera, da gustare tra una pausa e l’altra.
Immagina di entrare in libreria e curiosare tra gli scaffali, prendere il primo libro che ti capita.
Immagina di tornare a casa e di cominciare a leggerlo. Immagina che per un po’ il libro sia esattamente ciò che pensavi che fosse: un piacevole passatempo.
E immagina la tua sorpresa nello scoprire che quel romanzo è un capolavoro.

È esattamente ciò che mi è accaduto leggendo Il dardo e la rosa.


Nel primo centinaio di pagine assistiamo alle avventure erotiche di una cortigiana tanto bella quanto affascinante e intelligente.
Phèdre no Delaunay, infatti, vive nella splendida Terre D’Ange, la terra che, secondo la leggenda, discende dal Beato Elua, un angelo nato dalle lacrime di Maria Maddalena unite al sangue di Cristo. Il Beato Elua ha abitato in questa terra insieme agli altri angeli che hanno voluto seguirlo. E tutti, tranne uno, hanno scelto di obbedire al suo unico, grande comandamento:
“Ama a tuo piacimento.”


Gli angeline, che discendono dalla sua stirpe, si ricordano bene il suo precetto. E soprattutto se lo ricorda Phèdre, che è un essere raro: è, infatti, in grado di provare piacere nel dolore. Phèdre, per il suo dono, sarà accolta dal nobile Anafiel Delaunay e per lui e per se stessa intraprenderà la carriera di cortigiana, che in Terre d’Ange ha una valenza sacra, poiché le cortigiane sono votate a Naamah, l’angelo più vicino a Elua.

«Man mano che i preliminari si spingevano oltre, i veli di tulle venivano lentamente fatti arretrare, a uno a uno. Io osservavo estatica e il mio respiro si fece corto. Si abbracciarono e si baciarono; lui le teneva il viso come se fosse un oggetto prezioso e lei ondeggiava come un salice ai suoi baci.
È così che preghiamo, noi servi di Naamah.»

Ed è così che si svolge la prima parte del romanzo: seguendo le “preghiere” di Phèdre con i suoi protettori.
Ma Phèdre è molto più che una cortigiana. Anafiel Delaunay ne fa una spia, che nell’intimità delle stanze da letto dovrà scoprire delicati segreti di Stato…
E quando il mondo di Phèdre verrà sconvolto, lei sarà pronta per affrontarlo. Anche perché al suo fianco ci sarà un alleato insospettabile, che l’amerà e la proteggerà per sempre, il suo Compagno perfetto, uno dei personaggi – a mio giudizio – più contraddittori, affascinanti e indimenticabili che si siano mai trovati in un fantasy.

Con lo sconvolgimento del mondo di Phèdre e l’inizio del suo viaggio, si smette di leggere un normale libro di intrattenimento e si comincia il capolavoro.
Il dardo e la rosa si rivela un affresco perfetto di civiltà che vengono dipinte dalla penna della Carey con i colori misti della fantasia e della storia. Terre d’Ange è la Francia medievale, come Aragonia è la Spagna e Alba la Gran Bretagna, ma sono tutte filtrate attraverso un velo di magia, che intreccia avvenimenti storici e mitologici. Il risultato è un quadro originale e al tempo stesso credibile, familiare e straordinario.
Su questo quadro si innesta un’avventura mozzafiato, splendidamente orchestrata, dove tutti gli ingranaggi si incastrano e funzionano: una struttura solida che è indispensabile in un fantasy.
In questa storia agiscono personaggi indimenticabili: poeti, mercanti, amanti, cortigiani, zingari, soldati votati alla castità che sanno improvvisarsi cantastorie. E, tra tutti, spicca la voce narrante della protagonista.

Mi permetto una parola in più su di lei (a costo di scendere troppo nel personale), poiché il tema delle protagoniste femminili nei libri fantasy ha una certa importanza per me.

È una delle cose più irritanti, per me, lettrice-donna, trovare, inventato da una scrittrice-donna, un personaggio-donna che sia una sciocca, banale Mary Sue.
Non si capisce perché le protagoniste debbano essere necessariamente belle e stupide, tanto stupide che commettono errori di calcolo imbarazzanti, o che non sono in grado di valutare le situazioni. Oppure, così orgogliose da risultare antipatiche. Si potrebbero fare esempi a bizzeffe, a partire dal fantasy considerato “di qualità” (ho già espresso la mia opinione su Morgana de Le nebbie di Avalon), fino alle attuali serie che vanno tanto di moda: Twilight, con la scialba Bella, oppure Fallen, con la frivola Luce, entrambe tanto privilegiate dagli eventi che le vedono partecipi, quanto inadeguate.
Con Phèdre finalmente si ha una protagonista che non è né un’oca né un’idiota.
Bellissima, affascinante, conturbante per certi versi, Phèdre dà importanza al proprio aspetto, perché è una cortigiana della Corte della Notte, ma anche alla propria preparazione culturale. Studia diverse lingue che le permetteranno di tirarsi fuori dai guai in diverse occasioni nei suoi viaggi in giro per il mondo; sviluppa una capacità per capire se chi le sta di fronte stia mentendo o no; si va venire delle idee brillanti, improvvise e coraggiose ma al tempo stesso attuabili. Commette degli errori (ed è qui che si capisce che il personaggio non è solo la proiezione delle fantasie dell’autrice), ma sono errori comprensibili, umani. E spesso sono errori che derivano dal desiderio – profondo e irresistibile quanto irrazionale – che la lega proprio all’antagonista…

Si può dire ancora molto su questo romanzo, primo di una trilogia, ma entrando nel dettaglio si rischia di svelare particolari, e personaggi, che il lettore può apprezzare scoprendoli da sé, lasciandosi guidare dalla conturbante magia di queste pagine.

Qui concludo con un’ultima considerazione di tipo personale.
Pochi sono i romanzi come questo, capaci di coinvolgere profondamente, catturando l’attenzione con la complessità della storia, con il fascino umano dei personaggi e con la nitidezza delle immagini.
Anche ora che so come va a finire, apro il mio volume in un punto qualsiasi e comincio a leggere, e mi sento così calata nel libro che non lo leggo solamente.

Qui, leggere è come ricordare.

Sento di essere stata a Terre d’Ange e c’era il Principe dei Viaggiatori che mi chiamava Stella della Sera; con lui da bambina rubavo dolci al mercato.
E c’era la poetessa e il suo Canto dell’esule che ho cantato tante volte lontana da casa.
E c’era la risata dell’ammiraglio Rouss, il sorriso enigmatico di Anafiel Delaunay e l’incanto pericoloso di Méliasande.
Gli occhi scuri di Hyacinthe sono un’immagine chiara nella mia mente.
La danza dei pugnali di Joscelin nella tempesta di neve fa ormai parte dei mie ricordi.
Agave

LA TRILOGIA DI PHEDRE, in edizione NORD e in edizione economica TEA a 12 euro, comprende:

1. Il dardo e la rosa, di Jacqueline Carey (Nord)

2. La prescelta e l'erede, di Jacqueline Carey (Nord)

3. La maschera e le tenebre, di Jacqueline Carey (Nord)


mercoledì 20 giugno 2012

Le stelle sono belle per un fiore che non si vede

“Tu diventi responsabile per sempre di quello che hai addomesticato.
Tu sei responsabile della tua rosa.”




I grandi classici sono tali poiché nelle loro parole gli uomini e le donne di tutte le epoche possono trovare qualcosa di se stessi.
E ognuno può trovare in un classico, se non proprio il senso della vita, lo specchio di un momento.

Mentre stamattina ero in camera mia a studiare, sono stata catturata dal fascino dei vari oggetti della mia stanza. Anzi, di un oggetto in particolare: l’edizione tascabile del Piccolo principe in francese che ho preso a Parigi tre anni fa.
Mi sono messa a pensare a quante volte io abbia letto quelle pagine, e a ogni significato che ho trovato a seconda del mio umore e della mia età. Quando ero più piccola, era importante l’indimenticabile discorso della volpe sull’importanza di vedere bene con il cuore, non con gli occhi. Qualche anno fa, invece, mi divertivano tutti i ritratti degli uomini incontrati dal piccolo principe, perché avevano qualcosa di buffo e insieme di incantevole.
In ogni caso, quel grande classico è sempre stato, per me, un’esperienza dolce.

Oggi ci ho trovato qualcosa di drammatico.
Il tono favolistico della narrazione ci fa sembrare tutto un gioco di tante piccole immagini poetiche. Ma quelle non sono solo belle immagini.
Sono le nostre miserie.
L’ossessività dell’uomo d’affari, l’insensatezza della vita dell’uomo col lampione, la solitudine dell’ubriacone… Tutte queste immagini, per quanto belle siano, rimangono le nostre miserie, i lati di cui ci vergogniamo, i “noi stessi” che non osiamo riconoscere e affrontare.
Il piccolo principe viveva su un pianeta, aveva i suoi tramonti e il suo fiore che era orgoglioso, sì, ma che profumava tutta l’aria. Perché lo ha abbandonato? Per cercare degli amici. E che cosa ha trovato? Tanti piccoli uomini chiusi nelle loro malinconie.
Solo con la volpe riesce a incontrare un amico, ma poi deve proseguire il suo viaggio.
Per trovare cosa? Un deserto di rose tutte uguali.
Allora il piccolo principe guarda il cielo e dice:

“Le stelle sono belle per un fiore che non si vede.”



E viene il dubbio che la felicità non sia nel mondo, ma che sia in quella rosa lontana, unica, che non si è avuto il coraggio o la capacità di accudire.

“Non avrei dovuto venirmene via! […] Ma ero troppo giovane per saperlo amare.”


Se si addomestica qualcuno, se ne diventa responsabili. Non si può abbandonare chi si addomestica, perché a volte non basta guardare i campi di grano per sentirsi felici. E, come il Piccolo principe, si vuole tornare indietro, perché un unico fiore orgoglioso può far sentire meno grande la distanza dalle stelle.

Ma i grandi non capiranno mai che questo abbia tanta importanza.

Agave

venerdì 15 giugno 2012

Le prime volte

“Non ci sono restrizioni nel numero delle dosi e nei tempi di somministrazione di un’emozione nuova. Non ci sono freni alle possibilità. Per questo non c’è limite alle prime volte. Mai.
Le prime volte: confini da superare, frontiere da valicare, sulla pelle o con la fantasia.”

L’antologia è acquistabile sul sito di Mondoscrittura: Mondoscrittura, Le prime volte

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TITOLO: LE PRIME VOLTE
AUTORE: AUTORI VARI
EDITORE: MONDOSCRITTURA
GENERE: ANTOLOGIA DI RACCONTI
PAGG: 169
ISBN: 978-88-97960-01-0
PREZZO: EURO 9,50

Tra i racconti di questa antologia ce n’è anche uno mio, intitolato “Fantasmi e calze a rete”.
Non sono brava a presentare i miei scritti. Quindi, mi faccio aiutare dalle parole del mio “gatto”. :P
Un uomo e una donna a bordo di un treno iniziano un viaggio lento e quasi fuori dal tempo che li porta a perdere la cognizione di ciò che sta attorno a loro, ricadendo nel profondo di se stessi.
Il viaggio è senza una meta precisa e il passato è pesante, ma la vista del mare (specchio di un'immensità che abbiamo dentro e con la quale dobbiamo fare i conti) spalanca davanti a loro un futuro nuovo, come se solo lasciando alle spalle ciò che è stato si possa cominciare a vivere per la prima volta.

Agave