sabato 23 febbraio 2013

L’affascinante Athos e quell’idiota di d’Artagnan

«Non temete le opportunità e cercate le avventure.»


Immergendosi nel mondo entusiasmante de I tre moschettieri, ci si imbatte in personaggi rissosi, attaccabrighe, scavezzacollo, irrequieti e tempestosi, un po’ vigliacchi o assolutamente incapaci di trattenersi di fronte a una rissa da taverna. O, come quell’idiota di d’Artagnan, incapaci di stare calmi davanti a un bianco braccio femminile intravisto di sfuggita, come in sogno.

In questa marea di volti indimenticabili, uno su tutti emerge dall’inchiostro come se fosse una persona viva: Athos, il moschettiere dal carattere ruvido, dal silenzio ostinato e dalla sbronza facile.

«La vita è un rosario di piccole miserie che il filosofo sgrana ridendo.
Siate filosofi con me, signori, mettetevi a tavola e beviamo; nulla fa sembrare roseo il futuro come guardarlo attraverso un bicchiere di chambertin.»


È Athos il vero protagonista del romanzo, l’uomo che suggella ogni scena con una frase epica (come quella riportata qui sopra), il vero motore dell’azione (anche se, inspiegabilmente, d’Artagnan si prende tutto il merito).
Athos è, inoltre, un personaggio complesso, mentre gli altri moschettieri sembrano presentare un solo tratto caratteriale, spesso affine o in antitesi con un aspetto di Athos. Infatti, Aramis è un dongiovanni spretato mentre Athos ha amato un’unica donna nella sua vita; Porthos si atteggia a nobiluomo mentre Athos, che nobile lo è realmente, tenta in tutti i modi di nasconderlo; d’Artagnan è un avventato attaccabrighe... esattamente come Athos.

Vorrei soffermarmi sul rapporto tra Athos e d’Artagnan.
Athos tratta il giovane come un padre tratterebbe il figlio, un padre che si riconosce nel figlio e vuole stargli accanto, lasciandolo però libero di agire, e di sbagliare.
«Athos era del parere che bisognava lasciare ad ognuno la sua libera scelta. Non dava mai consigli senza esserne richiesto e bisognava anche chiederglieli due volte. In generale -egli diceva- i consigli si chiedono soltanto per non seguirli, o, se si sono seguiti, per avere qualcuno a cui poter rimproverare d'averli dati.»

Athos rivede se stesso in d’Artagnan e i due sono così simili che Alexandre Dumas può giocare al gioco degli scambi, come viene espresso in un divertente dialogo tra Athos e il commissario agli ordini di Richelieu, quando il nostro moschettiere si fa catturare al posto del d’Artagnan, spacciandosi per lui per metterlo in salvo.
«"Il vostro nome?’" chiese il commissario.
"Athos." […]
"Ma avete detto di chiamarvi d’Artagnan."
"‘Io?"
"‘Sì, voi."
"‘Non è esatto. Hanno detto a me: Voi siete il signor d'Artagnan. Io ho risposto: Credete?. Le guardie hanno strillato che ne erano certe e io non ho voluto contrariarle. D'altronde avrei potuto ingannarmi."»

Ma c’è di più. Come Athos vede se stesso in d’Artagnan, così sembra che Alexandre Dumas veda se stesso sia in d’Artagnan che in Athos.
Leggendo i dialoghi tra d’Artagnan e Athos, ho avuto, infatti, l’impressione che Dumas faccia ‘dialogare’ ciò che era da giovane con l’uomo che è diventato: Athos guarda d’Artagnan con lo sguardo indulgente che Dumas riserva alla propria giovinezza. Il lato più maturo e disincantato dello scrittore (Athos) guarda al suo lato più infantile e focoso (d’Artagnan) con affetto e addirittura subendone il fascino. Come se, anche da uomo maturo, Dumas volesse ancora sentirsi come quando aveva vent’anni e non aveva paura di nulla, quando afferrava la vita senza farsi domande, prendendola con passione, tuffandosi con impeto.
È infatti Athos ad esclamare:

«Andiamo a farci ammazzare là dove ci dicono di andare! La vita merita forse tutte queste domande? D’Artagnan, sono pronto a seguirvi!»


Agave