sabato 11 agosto 2012

Perché si studia latino?

Preparando l’esame di latino che darò a settembre, leggendo Seneca (lettera 35 a Lucilio), trovo questo pensiero:

“Ora tu mi ami, ma non mi sei veramente amico.
‘Forse che queste due cose sono diverse?’
Certo, e non si somigliano affatto. Chi è amico, ama; ma chi ama non è sempre amico.
L’amicizia giova sempre; l’amore, a volte, può far male.”


E poi:

“È vero che, anche quando si è lontani, quelli che amiamo ci danno motivo di gioia, ma essa è lieve e fugace.


Invece il loro aspetto, la loro presenza, la loro conversazione danno un senso di vivo piacere [...]. Perciò fammi un grande dono: quello della tua presenza. [...]
Affréttati a venire da me, ma prima sii con te stesso.”


È strano ritrovare nelle parole di un uomo vissuto anni fa qualcosa di mio.
E probabilmente è per questo che si studia ancora latino (così come si studia la letteratura, così come si leggono ancora libri): trovare qualcosa di nostro in parole altrui ci fa sentire meno soli e più completi.

Non siamo ipocriti: sappiamo tutti e due (io che scrivo e tu che leggi) che preferirei passare il sabato mattina a fare altro piuttosto che stare a tradurre Seneca.
Ma poi, traducendo, vengo illuminata da frasi del genere e penso che, tutto sommato, poter studiare latino è anche una fortuna, perché questo vecchietto vissuto duemila anni fa può farmi intuire qualcosa sul vero volto del mio presente.

Agave