domenica 6 gennaio 2013

[Recensione] La solitudine dei numeri primi

«C’era qualcosa, nel modo in cui teneva la testa buttata giù, che le faceva venire voglia di avvicinarsi, di sollevargli il mento e di dirgli guardami, sono qui.»


Da tempo non scrivo recensioni. Non ho smesso di leggere, ma ho smesso di leggere libri che mi ispirassero una recensione.

Poi, oggi, ho ricordato La solitudine dei numeri primi (Mondadori, 2008).


Il romanzo d’esordio di Paolo Giordano, vincitore del Premio Strega e del Premio Campiello 2008, ha attirato pareri contrastanti.

Lo stile semplice, accessibile anche al lettore medio, è stato bersagliato dalle critiche dei lettori più raffinati. Però c’è da dire che non manca di pregi: è uno stile pacato, quasi senza variazioni di tono, come se tutto il libro fosse raccontato in un sussurro. Anche i momenti più drammatici danno l’impressione di essere narrati sottovoce.
Questo permette al lettore di immergersi in un’atmosfera ovattata che, nella sua apparente leggerezza, nasconde delle inquietudini profonde. La stessa atmosfera che avvolge i protagonisti.

Alice e Mattia, infatti, sono segnati da traumi avvenuti nella loro infanzia che condizionano le loro vite future. Vite che potrebbero riscattarsi, ma che non lo fanno: anche a molti anni di distanza da quei traumi, Alice e Mattia sono avvolti da un muro di solitudine lieve, ma tuttavia insormontabile, rappresentato dalla metafora che dà il titolo al libro.

«I matematici li chiamano ‘primi gemelli’: sono coppie di numeri primi che se ne stanno vicini, anzi quasi vicini, perché fra di loro vi è sempre un numero pari che gli impedisce di toccarsi per davvero.»

A partire da quando si incontrano – al liceo – e per sempre, si sentono simili, ma come due numeri primi gemelli, sono separati da un solo numero, che basta a tenerli distanti.

«Mattia pensava che lui e Alice erano così
due primi gemelli, soli e perduti,
vicini ma non abbastanza per sfiorarsi davvero.
A lei non l’aveva mai detto.»

La loro solitudine è raccontata attraverso varie fasi delle loro vite, in cui ottengono piccoli successi o perdono occasioni.
Tutti questi momenti sono, come si è detto sopra, sempre narrati con delicatezza, una gentilezza che attenua il dolore dei protagonisti e lo rende umano, comprensibile. E quasi familiare.
Come se noi tutti, in realtà, fossimo numeri primi.