lunedì 13 aprile 2015

Saper ridere del mestiere di scrittore


"Maggiore quantità di risate un uomo riuscirà a scoprire dentro il dolore,
più egli sarà un uomo profondo."
(Aldo Palazzeschi)

Prima di continuare con i post della rubrica Galateo dello scrittore emergente, scrivo questa necessaria premessa: io uso, ho usato e continuerò a usare parecchia ironia. Che non significa derisione. Tra ironia e derisione c'è di mezzo l'Enciclopedia Treccani.


La risata di Anacleto
La prima è utile, indispensabile persino: saper ridere delle cose, e soprattutto saper ridere dei propri errori, significa riuscire a trovare un punto di vista differente e spesso più costruttivo.

La seconda, al contrario, non sarà mai un mio intento, soprattutto parlando di scrittura. Perché voler diventare uno scrittore è un sogno e come tutti i sogni ha due peculiarità: merita di essere preso sul serio; non finisce mai. Il fatto che io abbia pubblicato per Rizzoli non mi dà il diritto di sentirmi "arrivata", ma solo la consapevolezza di aver raggiunto un nuovo punto di partenza. Chi deride lo fa per umiliare, perché si sente superiore. Ma io non mi sento su un palcoscenico e mi confonde quando qualcuno mi ci mette.

Insomma, pubblicherò le puntate di Galateo dello scrittore emergente non perché ho qualcosa da insegnare, ma perché spero di avere qualcosa da condividere
Immaginate quindi di stare seduti insieme a tavola a mangiare una pizza e a chiacchierare di libri: a volte a qualcuno vien voglia di raccontare un aneddoto; a tutti, e soprattutto a me, vien voglia di prenderci un po' meno sul serio. Anche, o forse proprio perché, parliamo dei nostri sogni.