venerdì 13 aprile 2012

[Recensione] Le nebbie di Avalon, di Marion Zimmer Bradley

«Ma la magia di Avalon non cambia mai », mormorò Galahad. « La nebbia, i canneti, le grida degli uccelli acquatici... e la barca che, come per magia, giunge dalla riva silenziosa... So che qui non c’è nulla per me, eppure vi ritorno sempre.»


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Dopo che abbiamo sentito tanto parlare di un romanzo come di un capolavoro, quando finalmente lo abbiamo tra le mani rischiamo di rimanere, quasi inevitabilmente, un po’ delusi.
Ed è così che mi sono trovata leggendo Le nebbie di Avalon: mi aspettavo una storia che avesse il sapore dei miti antichi, e mi son ritrovata a che fare con le lagne e le lamentele di donne tutte uguali.

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Le nebbie di Avalon è il racconto del ciclo arturiano narrato dal punto di vista delle donne. Idea interessante, se solo queste donne fossero interessanti.
Peccato che Igraine, Morgana,Viviana, Ginevra parlino tutte più o meno nello stesso modo, pensino nello stesso modo, vivano quasi le stesse situazioni. Tutte si innamorano di un uomo bellissimo, tutte sospirano un po’ per averlo, tutte sono presentate come figure a metà tra la solennità della loro stirpe regale e la dimensione umana del loro essere donna.
Questa duplicità prometterebbe grandi cose, se solo questi due aspetti delle protagoniste non fossero delineati in maniera monotona e frettolosa. La solennità di alcune di loro è, infatti, percepita in momenti fugaci in cui la donna, per effetto di una magia, si erge di fronte all’uomo in tutto il suo fascino. Altrettanto accade con la loro dimensione umana: i diversi punti di vista non sono ben marcati, tanto che i pensieri delle varie protagoniste sono molto simili tra loro e sono molto brevi, poco approfonditi.
Per non parlare del fatto che queste donne (ed è una donna che scrive questo articolo) sono, in certi momenti, persino irritanti.
I personaggi femminili sono piatti e sciocchi, privi di logica: Ginevra è isterica e bigotta; le grandi sacerdotesse di Avalon, Viviana e Morgana, commettono continuamente errori di calcolo imbarazzanti. Ed è inquietante che in un presunto romanzo femminista il personaggio più complesso e approfondito sia Lancillotto (il cui vero nome è Galahad). Lancillotto, infatti, è tormentato da un segreto ben più vergognoso – per l’epoca – dell’amore nascosto per la regina, un segreto che getta una luce nuova e intrigante su tutta la vicenda. Inoltre, l’autrice affida a Galahad i ragionamenti più profondi sul senso della magia, della vita, dell’amore, e sono sue alcune delle frasi (come quella che ho riportato in cime a questo articolo) che creano il senso di mistero che, a volte, aleggia nel romanzo come un velo di nebbia incantata.

E dunque ci si chiede: se in un romanzo femminista le donne appaiono come delle adolescenti vagamente isteriche e dalla psicologia ben poco approfondita, in un romanzo maschilista come dovrebbero apparire?

A questi difetti si aggiunga il fatto che, in generale, tutto il romanzo è pervaso da una certa fretta. Le sequenze narrative sono brevi, anche quelle più importanti (come il matrimonio di Artù e Ginevra). Il lettore ha appena il tempo di calarsi in una scena che subito essa è cambiata.
Un esempio che si può citare senza svelare snodi della trama, poiché si tratta di un episodio fine a se stesso, è il rapimento di Ginevra da parte di Meleagrant: la regina viene rapita a pagina 394, violentata a pagina 396, salvata a pagina 398. Il lettore non ha il tempo di dolersi per la sua sorte, che subito viene indotto a rallegrarsi per la sua salvezza!

La stessa tendenza alla sintesi frettolosa non risparmia le descrizioni, ridotte a poche frasi o addirittura a poche parole. Il lettore sente la necessità di sentirsi descrivere il castello di Cornovaglia, il palazzo di re Artù a Camelot... Nulla. Nemmeno Avalon è descritta come ci si aspetterebbe. Nella scena in cui Morgana è portata per la prima volta nell’isola fatata viene detto solo:

«Il cima al Tor stava un cerchio di pietre erette, fulgido nel sole, e la grande strada processionale saliva intorno all'immensa collina. Ai piedi del Tor c'erano gli edifici che ospitavano i sacerdoti, e sul pendio erano visibili il Pozzo Sacro e il bagliore argenteo della polla-specchio. Lungo la riva crescevano i meli e le grandi querce con i rami carichi di vischio.»


E negli episodi successivi non viene detto molto di più. C’è le nebbia e ci son le mele: Avalon è tutta qui.

In conclusione... credo che si possano trarre due conclusioni.
Per un aspirante scrittore, Marion Zimmer Bradley è entrata comunque a giusto titolo nell’empireo dei grandi autori fantasy: molti di coloro che sono venuti dopo di lei hanno attinto al suo repertorio e nessuno che sia intenzionato a scrivere storie fantastiche può pensare di farlo senza aver conosciuto Avalon e le sue sacerdotesse.
Ma per un lettore credo che, come Avalon ormai è resa lontana dalla nebbia del passato, così questo romanzo sia stato superato da altri che hanno saputo unire il fascino dei miti lontani all’indagine introspettiva tipica della narrativa moderna, aprendo la via a un’epoca nuova del fantasy.

Agave